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Avarizia, come e perché si diventa taccagni

Cosa c’è dietro la tirchieria, quali sono le cause e i metodi migliori per cercare di cambiare

Identikit dell’avaro tipo
Ciascuno di noi avrà conosciuto, almeno una volta nella vita, una persona avara. Ma quanti potrebbero dire di aver incontrato un taccagno povero? Gli spilorci sono sempre benestanti o ricchi, egoisti e ingordi.
L’avarizia non è cattiveria, quanto piuttosto una forma di insensibilità al bisogno altrui. L’avaro vede, ma non coglie: non registra il dolore del mendicante all’angolo della strada, non percepisce davvero il disagio della famiglia costretta a stringere la cinghia, non si accorge della delusione degli amici feriti dalla sua scarsissima disponibilità, dai trucchetti meschini cui ricorre per non offrire mai, non ricambiare, non gioire insieme. Insomma, non è cosciente di quanto con il suo comportamento toglie agli altri.

Naturalmente esistono gradi diversi dell’avarizia. Non possiamo certo definire tale un atteggiamento che porta a spendere misuratamente, con attenzione, ma senza negare a se stessi e agli altri qualche piacere e qualche comodità: in questo caso siamo nella normalità, ognuno sceglie come preferisce vivere, se in maniera più o meno spartana.
Poi però c’è anche chi, dietro a una filosofia dell’austerità contrabbandata come valore, cerca di nascondere la propria grettezza e moltiplica i disagi, arrivando talvolta alla perversione di andare perfino contro i propri bisogni primari. Qualche esempio? Quelli che, pur avendo un cospicuo conto in banca, preferiscono soffrire il freddo dentro casa (perché il riscaldamento costa) oppure mangiare poco e male (fare la spesa è sempre troppo caro), o magari rischiare di rimetterci la salute (è un peccato buttare via un cibo o un medicinale scaduti) e via dicendo.

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Redazione Staibene

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