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Cuore e ipertensione: allarme per le terapie fai-da-te

Sempre più malati di cuore e ipertensione cambiano o sospendono i farmaci prescritti dai medici. Le 3 cause e i 6 effetti collaterali più frequenti.

cuore-ipertensione

Il problema riguarda i malati di cuore per le statine, ma anche chi soffre di pressione alta o o di colesterolo alto. Che succede se dimentico di prendere le medicine obbligate? O addirittura se cambio la terapia di testa mia rispetto a quello che hanno prescritto i medici?

Il problema della mancata aderenza alle cure terapeutiche, come con linguaggio pertinente i medici definiscono il fai-da-te delle cure mediche, si fa sempre più frequente man mano che peggiora il rapporto tra medico e paziente e man mano che aumenta il numero di persone che naviga su internet nella convinzione di acquisire le informazioni che consentono di fare il medico di se stessi.

Il fatto è che l’abbandono delle terapie o l’auto-modifica delle cure prescritte dai medici sta diventando un vero allarme medico sanitario.

Studi condotti a livello europeo, citati da Francesco Pelliccia cardiologo emodinamista al Policlinico Umberto I di Roma e docente di cardiologia all’Università La Sapienza, indicano che ad un anno dalla prescrizione, più del 40% dei pazienti ha interrotto o modificato la terapia a base di statine ed antipertensivi andando incontro ad un maggior rischio di complicazioni anche gravi come ictus ed infarti che potevano essere evitati.

 

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Perchè gli infarti vengono spesso di notte

L’evidenza è ancora più chiara dalle parole di Pelliccia: “I pazienti fanno sempre più spesso di testa loro e smettono di prendere i medicinali, oppure si autoriducono le dosi, per esempio quelle serali. Ma se un farmaco è stato prescritto due volte al giorno è perchè il suo meccanismo di azione terapeutica lo richiede e così si perde la protezione costante lungo tutta la durata della giornata”.

Ed è questa, dunque, la ragione per cui la maggior parte degli infarti avviene di notte: accadono quando l’effetto della terapia assunta molte ore prima è svanito”.

 

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In quali casi il paziente fa di testa sua

Gli studi condotti sulla brutta pratica del fai-da-te sono ormai numerosi e dicono che i casi più frequenti di abbandono o modifica autogestita della terapia avvengono quando le cure sono destinate ad evitare un infarto o un ictus che hanno una elevata probabilità di arrivare e dunque il paziente è fortemente a rischio. Dunque, si tratta di situazioni in cui al paziente non è capitato ancora nulla, e che dunque cura qualcosa che non ha ancora o non vede, ma sia il livello di colesterolo alto nel sangue, sia la pressione alta hanno indotto il medico a somministrargli una terapia preventiva. La chiamano in questi casi azione di “prevenzione primaria”, cioè prima che accada qualcosa.

Studi condotti negli Usa hanno accertato per esempio che se il 70% dei pazienti seguisse correttamente la sua terapia contro la pressione alta, ogni anno ci sarebbero 46 mila morti in meno. Nell’ipertensione infatti il rischio di andare incontro alla complicanza per chi sospende la terapia è di 5 volte superiore a chi la segue regolarmente. A livello europeo risulta che il 9% delle morti per infarto o altre patologie cardiovascolari potrebbe essere evitato se i pazienti seguissero le terapie così come i medici gliele hanno prescritte.

Più accorti sono invece i pazienti ai quali è già capitato qualcosa e che dunque un po’ di paura ce l’hanno. Si tratta di persone ben più motivate a seguire la terapia che sono viste come salvavita. In questi casi, che i medici definiscono di prevenzione secondaria, gli abbandoni sono inferiori ma attenzione: “nel post infarto o nei casi di insufficienza cardiaca, a dodici mesi dal primo evento – avverte Pelliccia – si arriva anche al 50% di non aderenza”. Ovvero un infartuato su due abbandona la cura.

 

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Perchè il paziente autogestisce la cura

La domanda è dunque ovvia: cosa spinge un paziente a rischio ictus o infarto ad automodificare la terapia? Oppure: perchè fino al 50% delle persone che hanno già avuto un infarto se ne infischia e cambia o sospende le cure obbligatorie?

Le risposte sono 3:

La complessità delle terapie sempre più efficaci ma che comprendono un gran numero di medicinali da assumere in orari precisi e con una alternanza tra l’uno e l’altro;

la difficoltà di dialogo tra medico e paziente con il primo che che fornisce scarse informazioni sulla malattia e sui possibili problemi che derivano da terapie insufficienti, lasciando in sostanza il paziente a se stesso;

quella più frequente, invece, si chiama effetti collaterali.

Molti dei farmaci che curano una malattia grave come l’ipertensione o le malattie cardiache hanno effetti collaterali fastidiosi che a volte danno disturbi anche invalidanti ed i pazienti li rifiutano, un po’ incoscientemente.

 

 

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I 6 effetti collaterali più frequenti

Gli effetti collaterali più frequenti sono 6 e sono tutti attribuiti alle terapie di cui si è detto finora. Eccoli:

  1. Statine: utilizzate per combattere il colesterolo alto nel sangue e prevenire le aterosclerosi che conducono ad un infarto, danno debolezza e dolori muscolari;
  2. Ace inibitori: utilizzati dopo un infarto e nei casi di pressione alta, nel 30% dei casi danno come effetto collaterale una fastidiosa tosse;
  3. Calcio-antagonisti: usati nella cura dell’ipertensione ed in alcune patologie cardiocircolatorie causano gonfiore alle caviglie;
  4. Beta-bloccanti: usati per curare l’ipertensione, possono provocare una forte astenia;
  5. Antipertensivi: danno spesso vertigini;
  6. Diuretici: utilizzati nella cura di edema, ipertensione e patologie cardiocircolatorie, danno continui stimoli ad urinare ed in alcune situazioni favoriscono situazioni di potenziale incontinenza.

 

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Bruno Costi
Bruno Costi

Direttore Responsabile Staibene.it

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