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Disfagia, che fare quando il boccone non va giù

Una malattia difficile da diagnosticare, che colpisce il 20% della popolazione over 50

Sarà anche un problema tipico della mezza età, ma di sicuro non va sottovalutato, perché la disfagia, vale a dire l’alterazione dei processi di deglutizione, colpisce circa ben il 20% della popolazione con più di 50 anni.

Non solo:  il dato aumenta sensibilmente con l’aumentare dell’età, fino a toccare addirittura il 60% tra la popolazione delle case di riposo, gli assistiti domiciliarmente, i portatori di esito chirurgico della bocca e del collo o di patologia neurologica.

I dati della Federazione Logopedisti Italiani stimano poi percentuali ancora più alte in pazienti affetti da problemi più seri: il 43% tra i malati di sclerosi multipla, l’80% tra quelli colpiti da ictus, il 90% tra quelli con la malattia di Parkinson. Senza contare tutti coloro che hanno la disfagia, ma non sanno di soffrirne: un numero molto elevato.

 

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I rischi per il paziente e le implicazioni sociali
“Tutti i soggetti disfagici sono a rischio di malnutrizione. Non solo: nei soggetti ricoverati in ospedale la disfagia è causa di incremento della durata di degenza e dei costi assistenziali”, spiega Fulvio Muzio, dell’unità operativa di Dietologia e Nutrizione Clinica all’ospedale Luigi Sacco di Milano. “Proprio in ambiente ospedaliero la disfagia e la malnutrizione presentano molti aspetti in comune: entrambe determinano rilevanti ricadute non soltanto in ambito clinico, ma anche emotivo e sociale. La disfagia in particolare è un problema di difficile gestione anche per lo scarso grado di accettazione da parte del paziente e dei familiari. Non vanno infatti trascurate le profonde implicazioni sociali, emozionali e socio-economiche che derivano dalle modificazioni di un aspetto basilare della vita quotidiana qual è l’alimentazione”.
Per questi motivi, nei pazienti in cui si sospetta una disfagia dovrebbero essere avviati programmi di controllo, per identificare la popolazione a rischio, e anche valutazioni diagnostiche per definire il disturbo nei suoi aspetti anatomici e fisiologici.

 

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L’importanza della diagnosi precoce
Come sempre, l’arma più efficace per combattere la disfagia è la diagnosi precoce. Nell’ultimo congresso nazionale dell’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica, durante il Simposio Satellite Nestlé Nutrition “Il ruolo degli screening nella gestione del paziente disfagico”, è stato presentato un nuovo strumento di screening che potrebbe rivelarsi decisivo nella lotta alla disfagia. Si tratta di “Eat-10 (Eating Assessment Tool)”, il primo questionario di autosomministrazione che consiste in dieci domande rivolte al paziente, utilizzabile sia in ambito ospedaliero sia ambulatoriale. Il questionario, realizzato da ricercatori statunitensi, è in distribuzioni a un vasto numero di medici e RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali).
Le domande riguardano i diversi problemi di deglutizione, cui il paziente deve rispondere segnalando in una scala di rilevanza da 0 a 4, per consentire una valutazione accurata del suo grado di disfagia e la relativa rieducazione logopedica (che comprenda anche la somministrazione di alimenti con caratteristiche specifiche per facilitare la deglutizione).

 

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Antonio Napolitano
Redazione Staibene

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