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Essere superstiziosi, sì o no?

A piccole dosi può aiutare a sentirsi più sicuri. Ma se diventa un’ossessione…

Amuleti e rituali sono forme di difesa
Inutile negarlo: tutti, almeno una volta nella vita, hanno avuto un portafortuna, seguito un proprio piccolo rito scaramantico, girato attorno a una scala invece di passarci sotto… Ma fare un censimento degli italiani superstiziosi è praticamente impossibile: c’è chi ammette di esserlo, chi nega, chi segue il principio del “non è vero, ma ci credo…”. Di sicuro, secondo un’indagine Eurisko, c’è che il 19% dei nostri connazionali sostiene di credere nel malocchio e di agire di conseguenza per sottrarsi alla cattiva sorte. Un altro 17% dice di avere fiducia incondizionata nell’astrologia. E il 36% è convinto che le stelle influenzino il nostro carattere e il nostro destino.
Amuleti e portafortuna non sono altro che rituali attraverso cui l’uomo cerca di allontanare il rischio del negativo. Come conferma uno studio pubblicato sulla rivista scientifica americana “Applied Cognitive Psychology”, la superstizione è una strategia per la sopravvivenza che si tramanda geneticamente, di generazione in generazione. Sono i nostri rituali, insomma, ad aiutarci a fronteggiare il male, il tempo e le relazioni sociali: tanti modi per ordinare il disordine, dare un senso all’accidentale e all’incomprensibile.
Di fronte a un’ansia di spiegazioni sempre crescente, l’uomo si aggrappa dunque alla scaramanzia. Imponendo spesso a eventi casuali un rapporto forzato di causa-effetto. Un esempio? Il venerdì 17 è considerato un giorno infausto sia perché si riferisce al giorno della passione di Cristo, sia perché il numero 17 in latino si scrive XVII che, anagrammato, diventa VIXI, in latino “ho vissuto”, dunque un presagio di morte.

Redazione Staibene

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