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Il lavoro? Non farne una droga

Tutti i modi per non diventare un “workaholic”

Drogati di lavoro un milione di italiani
Incapaci di staccarsi dal cellulare. In crisi di astinenza se tenuti lontani dal computer. Pronti a portarsi a casa quella pratica che potrebbero benissimo completare l’indomani, a rimandare una romantica cena a due pur di incontrare quel tipo che potrebbe servire a concludere un buon affare, ad approfittare della pausa-pranzo o caffè per vedere gente in qualche modo collegata all’ufficio. Sono i drogati da lavoro, quelli che un tempo si chiamavano “stakanovisti” (dal nome del minatore russo Aleksej G. Stakanov) e che oggi gli anglosassoni chiamano “workaholics”: letteralmente alcolizzati da lavoro.
Sì, perché il super-lavoro è una forma di dipendenza, non certo una virtù. Che può quindi assumere forme patologiche, molto difficili da combattere ed eliminare. Secondo Rosa Mininno, direttore scientifico della “Rete nuove dipendenze patologiche”, i workaholics italiani sarebbero addirittura un milione. Un’autentica emergenza, che richiede la messa a punto di un protocollo di intervento ad hoc e che sarà pronto entro sei mesi.
Il fenomeno ha origine negli Usa, che ancora oggi sono all’avanguardia sotto questo aspetto: secondo una ricerca riportata da Abc News, gli Stati Uniti sono secondi – quanto a workaholism – solo a Corea del sud, Giappone e Australia. I lavoratori Usa sono sono impegnati mediamente 205 ore in più all´anno rispetto a noi italiani, 371 in più dei tedeschi e ben 473 in più dei norvegesi. Il 40%, poi, non usufruisce delle vacanze: addirittura manager e professionisti utilizzano appena il 54% delle proprie ferie.

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Antonio Napolitano
Redazione Staibene

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