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Ecco la verità sull’infarto di Gentiloni

La verità sull’infarto di Gentiloni è diversa da quella raccontata perchè il Presidente del consiglio ha rischiato di morire a causa di un errore di valutazione nei soccorsi.

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La verità sull’infarto di Gentiloni è diversa da quella raccontata perchè  il Presidente del consiglio ha rischiato di morire  a causa di un errore di valutazione  nei soccorsi.

Un’angioplastica coronarica ha salvato al vita al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, colpito il 10 gennaio 2017, da un serio problema cardiaco, o un infarto o un’angina pectoris, mentre era a Parigi all’incontro bilaterale Italia Francia.

Il politico, già Ministro degli Esteri del Governo di Matteo Renzi, è relativamente giovane per avere problemi cardiaci di questo tipo, (è nato il 22 novembre 1954) ma ua serie di situazioni concomitanti hanno determinato il grave problema cardiaco: l’improvviso incarico di Governo, la somma delle tensioni politiche e delle polemiche attorno al suo esecutivo, la fase stagionale – l’inverno – che all’inizio del 2017 è stato particolarmente rigido ed ha provocato la vasocostrizione e la vulnerabilità cardiaca dei soggetti a rischio.
I comunicati ufficiali minimizzano l’accaduto, parlano di “un lieve malore”, coem se si fosse trattato di un giramento di testa o di un banale sbalzo di pressione, ma la realtà a quanto risulta a Staibene.it è del tutto diversa: Gentiloni ha avuto un infarto ed ha rischiato di morire. E il modo con cui è stato assistito è stato un errore perchè ha aggravato i pericoli anziché ridurli.

 

 

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L’infarto cardiaco
Non è dato sapere se Gentiloni avesse avuto sintomi pregressi, come per esempio era capitato al cantante Pino Daniele. Non sempre infatti l’infarto si preannuncia con precisi segnali.
Esistono molti casi di infarto asintomatici, cioè privi di qualsiasi sintomo.

La medicina considera per prassi consolidata  i seguenti fattori di rischio infarto:
1. il primo fattore di rischio  ed il principale è la familiarità, se cioè qualcuno nella famiglia del paziente ha avuto infarti;
2. la seconda è lo stile di vita, inteso come insieme di comportamenti che possono esporre il cuore all’infarto.

Fra questi l’alimentazione che produce colesterolo alto. Il colesterolo alto e i trigliceridi alti  sono la seconda causa più rilevante dell’infarto perchè appensantiscono la fluidità del sangue caricato di lipidi, cioè grassi, che ostruiscono le arterie che portano il sangue al cuore.

Il colesterolo, depositandosi sulle pareti delle arterie determina il formarsi di placche di grasso che le restringe  progressivamente fino ad ostruire completamente il passaggio di sangue al cuore.

E’ in questa circostanza che si determina l’infarto, cioè l’interruzione del flusso sanguigno al muscolo cardiaco.

La terza causa dell’infarto è il fumo in quanto  irrigidisce le pareti delle arterie arrivando alla stessa conseguenza di limitare il  flusso di sangue.

Fatto sta che in assenza di un intervento immediato, il restringimento coronarico avrebbe potuto arrestare il flusso di sangue al cuore e determinare anche la morte di Gentiloni.

 

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L’errore nei soccorsi

 

Ed è su questo aspetto che si appuntano le perplessità dei cardiologi sulle decisioni assunte per assistere il presidente del Consiglio.

Gentiloni si trovava a Parigi e, appena avvertiti i sintomi dell’infarto o dell’angina, è stato rimesso in aereo e ricoverato in Italia al Policlinico Gemelli, dove è arrivato poco meno di tre ore dopo.

Anche se tutto è andato per il verso giusto, chi ha preso la decisione ha assunto quella più rischiosa, perchè 3 ore sono un tempo lunghissimo per scongiurare rischi letali in presenza di sintomi di sofferenza cardiaca. La decisione corretta sarebbe stata di abbreviare al massimo possibile i tempi per l’intervento di angioplastica e di ricoverare Gentiloni direttamente a Parigi.

E’ noto infatti che la rapidità con cui si interviene in questi casi è decisiva non solo per salvare la vita al paziente, ma anche per ridurre al minimo la gravità delle conseguenze anche se il paziente resta in vita. Un ritardo anche di pochi minuti può infatti determinare la necrosi di parti del muscolo cardiaco e tanto maggiore è la necrosi, cioè l’infarto, tanto peggiori sono le condizioni nelle quali il paziente si trova anche se resta in vita. In sintesi: intervenire subito può lasciare il paziente senza nessuno strascico nella sua vita residua; intervenire in ritardo può condizionare fortemente la vita residua. Cosa che, per il presidente del Consiglio in carica, acquisisce una valenza politica ed istituzizonale di interesse generale,

 

 

L’allarme del cardiochirurgo
La conferma viene dal prof. Michele Senni, Direttore di Cardiologia I, Ospedale Papa Giovanni XXlll di Bergamo, il quale ha affermato che “Il tempo è molto importante in questo tipo di procedura perché prima si effettua e più muscolo cardiaco viene salvato. Davanti a situazioni di dolore o malessere in generale, a volte difficilmente definibile, è sempre meglio fare un salto al Pronto Soccorso. Penso che sarebbe stato meglio un trattamento del Premier Gentiloni a Parigi ma è difficile dirlo senza conoscere bene la sua storia clinica”.

Secondo il prof. Senni “è verosimile che il problema di Gentiloni sia stato legato ad una ostruzione dell’arteria coronarica, una angina e non necessariamente un infarto. Un mancato trattamento può comportare un rischio sulla vita del paziente. Il sangue, trovando l’ostruzione della coronaria, fa si che si abbia il tipico infarto con morte del tessuto cardiaco”.

 

 

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L’angioplastica
L’intervento  consiste nella disostruzione delle arterie ostruite mediante l’inserimento di una minuscola gabbia di materiale speciale che va a posizionarsi sulle pareti delle arterie, costruendo una sorta di mini impalcatura che le tiene allargate. Fatto ciò il flusso di sangue riprendere a fluire e la vita è salva. La mini-impalcatura si chiama stenth,  viene inserito mediante una sonda, a vote  nei primi mesi rilascia un farmaco anti-coagulante e  non deve essere estratto perchè  si integra nell’organismo.

 

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La vita post operatoria
L’intervento è abbastanza  frequente ed ormai routinario, viene effettuato in tutta Italia nei reparti di Emodinamica e cardiologia interventistica, con una probabilità di morte  inferiore al 2% e di successo a 10 anni dall’intervento del 50%.

Molto importanti sono la fase post operatoria e gli stili di vita da seguire dopo l’intervento.
Occorre  rendere il sangue molto fluido per evitare che si riformino placche  aterosclerotiche  nell’immediatezza dell’intervento. A questo fine sono previsti :
1. una dieta ferrea  che tenga basso il livello  del colesterolo cattivo nel sangue il quale non deve mai superare i 75-90 mg nel sangue;

 

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2. una cura farmacologica a base di anticoagulanti forti per  i primi 3-6 mesi dall’intervento e  un mini          dosaggio di acido acetilsalicilico come farmaco perenne una volta al giorno.

Contemporaneamente  il paziente deve seguire un drastico cambio di dieta alimentare che elimini le cause dell’accumulo di colesterolo cattivo nel sangue.  E l’assunzione di farmaci detti statine, che aiutano a tenere basso il colesterolo.

 

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Tag:
Bruno Costi
direzione staibene.it

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