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L’anoressia nervosa

L’anoressia colpisce soprattutto le giovani donne tra i 14 ed i 25 anni

anoressia

L’ anoressia nervosa è una malattia psichiatrica subdola, caratterizzata da un insieme di problemi sociali, psicologici e fisici. Se non curata adeguatamente può produrre importanti complicanze fisiche, tanto che è la patologia psichiatrica con la più elevata mortalità (fino al 5-6%), e condizioni psichiche anche molto gravi.

Chi colpisce l’anoressia nervosa

Secondo i dati più recenti, l’anoressia colpisce soprattutto le giovani donne: tra i 14 ed i 25 anni; almeno 1 donna ogni 100 presenta la malattia nella sua forma completa mentre altrettante la presentano in forma incompleta (ma non per questo meno grave). Anche se più frequente tra le donne giovani, l’anoressia nervosa si presente anche tra i maschi e in età più avanzate.

Secondo gli studi condotti da Hoek H.W. e Van Hoeken D. l’anoressia nervosa avrebbe un tasso di prevalenza nella popolazione femminile giovane pari allo 0,3%, e un tasso di incidenza di almeno l’8 per 100 mila persone per anno.

Secondo una meta-analisi condotta da Harris e Barraclough nel 1998, l’anoressia nervosa costituiva il disturbo mentale con il più alto tasso di mortalità.

I sintomi dell’anoressia

Spesso l’anoressia inizia con dei pensieri e delle preoccupazioni apparentemente banali (voler perdere qualche chilo, vedersi un po’ troppo “in carne” e via dicendo). Anche i comportamenti iniziali sono, tutto sommato, consueti e socialmente condivisibili (fare una dieta come fa già qualche amica, compagna di scuola o collega; seguire i consigli di qualche rivista; aumentare la attività fisica).

Un po’ alla volta, in persone predisposte, la malattia prende il sopravvento: i pensieri diventano “fissazioni” (essere sempre più magri, aver paura di riprendere il peso perduto e diventare grassi, pensare continuamente al cibo ed alla sue proprietà, contare sempre le calorie). I comportamenti diventano sempre più rivolti a perdere altro peso o ad evitare di riprenderlo (atteggiamenti bizzari ed inconsueti a tavola come spezzettare il cibo, nasconderlo, eliminare ogni tracci di grasso; evitare di mangiare di fronte ad altre persone; controllo ossessivo della preparazione dei pasti e di quello che mangiano i familiari).

Quando non è più possibile tollerare la fame prolungata possono verificarsi delle abbuffate. La paura che queste producono spingono molte persone ad indursi il vomito, ad assumere farmaci lassativi e/o diuretici oppure ad effettuare intensa attività fisica per continuare a controllare il proprio peso. Un terzo delle persone con anoressia diventa bulimico nel corso della vita.

Un Indice di Massa Corporea inferiore a 17,5 (non legato a malattie documentabili) è sicuramente un segno di particolarmente sospetto soprattutto se si accompagna ad un modo di alimentarsi anomalo.

Come si individua l’anoressia nervosa

La diagnosi clinica di anoressia nervosa si basa su dei criteri oggettivi e internazionalmente condivisi.

  • Rifiuto di mantenere il proprio peso ad un livello minimo di almeno l’85% del peso previsto sulla base delle proprie caratteristiche costituzionali.
  • Forte paura di recuperare il peso perduto anche in presenza di una evidente denutrizione.
  • Estrema preoccupazione per il proprio peso ed il proprio aspetto fisico, associata al bisogno ossessivo di controllare la forma ed il peso del proprio corpo, anche quando questo può comportare o comporta dei danni organici evidenti.
  • Amenorrea (assenza del ciclo mestruale) da almeno tre mesi.

Come si cura l’anoressia

A differenza della bulimia, per la quale può rendersi necessario l’uso di alcuni farmaci, per l’anoressia il ricorso ai medicinali è più raro: si utilizzano solo in presenza di particolari stati emotivi (ansia, panico ecc.). E sempre sotto la supervisione dello psichiatra. Assolutamente vietato il fai-da-te.

Importante notare come una ragazza che pesi molto poco (per esempio 30 kg) non possa partecipare a nessuna terapia, se prima non riacquista un po’ di peso. Per fare questo dovrà prima ricoverarsi e sottoporsi a un’alimentazione “parenterale” (si viene nutriti tramite infusioni nel sangue) o “enterale” (si introduce un sondino nello stomaco).

Antonio Napolitano
Redazione Staibene

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