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Le aritmie fanno male (anche) al cervello

Con la fibrillazione atriale aumenta il rischio di demenza e di perdita di autonomia

Non è solo un rischio per il più importante organo del nostro corpo, il cuore. Lo è anche per il cervello. La fibrillazione atriale, tra le forme più comuni di aritmia cardiaca, accelera il declino mentale dell´individuo. Lo dimostra uno studio congiunto italo-canadese, realizzato dai ricercatori dell´Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano e della McMaster University di Hamilton.

Lo studio
Secondo la ricerca – pubblicata sulla rivista scientifica "Canadian Medical Association Journal" e firmata da Irene Marzona in collaborazione con Salim Yusuf – la fibrillazione atriale moltiplica di un quinto il rischio di demenza e aumenta di oltre il 50% la probabilità di ricovero in casa di cura per la perdita di autonomia nelle attività quotidiane.
L´obiettivo dei ricercatori era quello di verificare un´eventuale correlazione tra fibrillazione atriale e declino cognitivo e funzionale, analizzando i dati prospettici di due maxi-studi (Ontarget e Transcend) che hanno coinvolto 31.546 pazienti ad alto rischio cardiovascolare, arruolati in 733 centri di 40 Paesi. Precedenti ricerche non avevano prodotti risultati consistenti sull´argomento e comunque in pochi casi si era cercato di determinare un´associazione diretta tra la malattia del "cuore matto" e la capacità di mantenere la propria indipendenza funzionale.

Rischio di demenza
"Il nostro studio", spiega Marzona, "dimostra che la fibrillazione atriale aumenta del 21% il rischio di demenza indipendentemente dalla presenza di una patologia ischemica cerebrovascolare.
Abbiamo anche osservato una significativa associazione tra l´insorgenza di fibrillazione atriale e il declino funzionale: in particolare, la comparsa di questa aritmia aumenta del 35% il rischio che i pazienti debbano avvalersi di un aiuto in casa che permetta loro di eseguire le attività quotidiane, e del 53% che vengano addirittura ricoverati in una struttura di lungo degenza. Tutto questo indipendentemente dall´insorgenza di episodi di ictus nei pazienti osservati". Secondo la ricercatrice, "è probabile che questo declino cognitivo e funzionale sia il risultato di patologie cerebrovascolari subcliniche".

Il declino cognitivo
Il livello di funzionalità cognitiva nei pazienti cardiopatici è stato determinato attraverso il test Mmse (Mini-mental state examination), ripetuto all´inizio dello studio, a 2 e a 5 anni di follow-up. Il Mmse assegna ai pazienti un punteggio in base alla valutazione di diverse funzioni cognitive tra cui capacità di attenzione, calcolo, ripetizione, lettura e comprensione. E´ stato già dimostrato – ricordano gli autori – che una diminuzione di 3 o più punti totali in questo test è indice di un importante declino cognitivo.
"Il manifestarsi congiunto di declino di più di 3 punti nel test Mmse, comparsa demenza, necessità di ricovero in una struttura di lungo degenza e perdita di indipendenza nell´eseguire le attività quotidiane – riassume Yusuf – si è verificato in 7.269 (26%) su 27.864 pazienti senza fibrillazione atriale e in 1.050 (34%) su 3.068 pazienti con fibrillazione atriale". "Questi risultati – concludono il ricercatore canadese e Marzona del Mario Negri – indicano che sarà importante d´ora in poi raccogliere informazioni riguardo allo stato cognitivo e funzionale dei pazienti con fibrillazione atriale inclusi nei futuri trial".

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Redazione Staibene

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