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Memoria, attenti a fare le cose “sopra pensiero”

Scienziati inglesi hanno scoperto cosa accade nel cervello quando non ricordiamo le cose, Ecco le risposte.

Memoria, attenti a fare le cose "sopra pensiero"

Se vi capita di fare qualcosa e di non ricordare affatto di averla fatta, non vi preoccupate, accade spesso a tutti  che la memoria faccia cilecca e non sempre è indice che vi siete intontiti.

Tutto dipende dall’attenzione con cui quella cosa l’abbiamo fatta. Se eravamo consapevoli ed abbiamo attentamente deciso  l’azione, la ricorderemo sempre o comunque meglio; se,invece, si trattava di un’azione meccanica, ripetitiva, che magari facciamo molte volte a giorno o con periodicità fissa, può accadere che l’attenzione nel farla sia minore e dunque non ce la ricorderemo o la ricorderemo annebbiata da coordinate temporali: quando l’abbiamo fatta? oggi? ieri? Sembra oggi ed invece era ieri?

 

La volontà influenza la memoria

 

La questione non è di poco conto perchè attiene alla comprensione di come funziona il nostro cervello. Ricordate quel papà che, avviluppato dai suoi pensieri di lavoro,  dimenticò il bambino di 2 anni in macchina, ricordandosene, drammaticamente, a fine giornata e trovandolo non più in vita?

Ebbene, quel papà  si trovava quasi certamente nella fase in cui il cervello, compiendo  un’azione quotidiana ripetitiva, era nella situazione studiata dall’Institute of Cognitive Neuroscence dell’University College, secondo il quale  tutti noi  ricordiamo meglio ciò che abbiamo fatto di proposito, molto meno le azioni o gli eventi vissuti in maniera involontaria.

Benchè sembri scontato, e invece è la conclusione più profonda di quanto possa apparire di uno studio inglese, realizzato da Patrick Haggard dell’Institute of Cognitive Neuroscence dell’University College di Londra, pubblicato dalla rivista Nature Neuroscience.

 

 

Memoria e azioni volontarie

 

La mente è indotta a ricordare meglio gli eventi legati alle proprie intenzioni; ciò che si compie in modo involontario, invece, viene “frammentato e disperso” nei meandri della memoria e non si riesce a ricostruire in maniera corretta.
Gli esperimenti che hanno provato questa ipotesi sono stati condotti su due gruppi di volontari. Al primo gruppo è stato chiesto di muovere dei movimenti con le braccia, dopo il quale veniva fatto trillare un campanello.

L’altro gruppo, invece, è stato sottoposto ad una stimolazione magnetica transcraniale; i ricercatori hanno applicato al cuoio capelluto alcuni elettrodi, in modo da attivare aree specifiche della corteccia motoria, quelle corrispondenti agli arti superiori, così che i volontari muovevano le braccia senza che il cervello lo ordinasse. Anche in questo caso veniva fatto trillare il campanello dopo ogni azione.

Ebbene, i soggetti del primo gruppo hanno manifestato ricordi associati (movimento-campanello) più vicini alla realtà, anche se il tempo che separava i due eventi veniva considerato più breve del reale.

I soggetti del secondo gruppo, al contrario, tendevano a trattare i due eventi come separati, addirittura indipendenti l’uno dall’altro, divisi da un intervallo temporale sensibilmente più lungo di quello reale.

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Come lavora il cervello

Secondo gli autori della ricerca, questo “allungamento” dell´intervallo riflette il tentativo del cervello di separare il più possibile due eventi che non gli è possibile correlare in maniera logica.

Affinché i reali rapporti causa-effetto tra gli eventi possano essere memorizzati in maniera corretta, e quindi i ricordi siano affidabili, è necessario che si sia voluto partecipare ad essi, altrimenti vengono memorizzati in maniera imprecisa e incoerente.

 

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La scoperta dello studio consente di trarre una conclusione moto utile per la nostra condotta quotidiana:  attenti alle azioni ripetitive meccaniche che facciamo ogni giorno; se riguardano persone o questioni importanti, cerchiamo di non farci rapiore da altri pensieri. Viceversa il rischio potrebbe essere troppo elevato per noi e per gli altri.

 

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Antonio Napolitano
Redazione Staibene

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