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Che cos’è la Sindrome di Stoccolma

Il legame psicologico tra vittima e aguzzino compie 40 anni

Esattamente quarant’anni fa, alla fine di agosto del 1973, in una filiale della Banca di credito svedese, a Stoccolma, si compiva una rapina che sarebbe rimasta nelle cronache non tanto per la sua portata criminale, quanto per gli effetti che avrebbe avuto sui manuali di psicologia di tutto il mondo. Già perché è proprio da quell’episodio che fu coniato il termine "Sindrome di Stoccolma", per definire un comportamento psicologico ormai abbondantemente discusso e conosciuto in cui gli ostaggi o comunque le vittime si innamorano del proprio sequestratore o aguzzino.

La vicenda
Quella volta il rapinatore sequestrò le quattro impiegate dell’istituto di credito. La crisi degli ostaggi di Stoccolma, che durò sei giorni, fu il primo avvenimento di cronaca nera ad essere diffuso dalle televisioni in tutta la Svezia ed ebbe quindi un risvolto spettacolare assolutamente imprevisto, anche se si risolse con la riconsegna degli ostaggi sani e salvi e con la resa dei rapinatori.
Ma ciò che turbò l’opinione pubblica inchiodata fu l’atteggiamento delle vittime del sequestro, anch’esso totalmente imprevisto. Come ricorda l’agenzia di stampa Ansa, oggi Olsson (che 72 anni) racconta così il rapporto con quelle donne nell’angusto corridoio tappezzato di moquette della banca: "Gli ostaggi mi erano sempre più o meno vicini, praticamente mi proteggevano e così la polizia non poteva spararmi. Anche quando andavano in bagno, dove la polizia avrebbe potuto intervenire per salvarle, alla fine tornavano sempre".
Si era instaurato, insomma, uno strano legame tra sequestratori e sequestrate successivo alla paura iniziale che Olsson aveva cercato di incutere loro; c’era, lo disse subito l’ostaggio Kristin, un capovolgimento del senso comune: "Lo capite che non ho paura dei rapinatori, lo capite che ho solo paura della polizia? Ci crediate o no noi qui non stiamo male", gridò nel telefono agli agenti che circondavano l’edificio.

La sindrome di Stoccolma
Ce n’era abbastanza perché lo psichiatra americano Franck Ochberg si occupasse della vicenda e coniasse il termine "Sindrome di Stoccolma", a indicare che c’era qualcosa di non sano nell’attaccamento tra vittima e carnefice nato nel buio corridoio in quei sei giorni.
Un disagio che si regge su tre pilastri, secondo lo studioso:

1) attaccamento che può sconfinare nell’amore,
2) reciprocità tra i due protagonisti e immedesimazione,
3) disgusto nei confronti del mondo esterno, quasi vi fosse un "noi e loro" che separa i protagonisti della vicenda estrema dalle persone normali.

Da allora quando l’animo umano si conferma insondabile, innumerevoli volte in tutto il mondo si è evocata la sindrome coniata da Ochberg, perché resta difficile a un osservatore comune penetrare e comprendere casi come quello di Patricia Hearst, ricca ereditiera americana diventata guerrigliera simbionese, o dell’austriaca Natascha Kampusch sequestrata per anni dal padre aguzzino, o ancora dell’italiana Giovanna Amati vittima di un sequestro dei marsigliesi, o come l’ultima terribile realtà emersa a Cleveland, dove per decenni mostri come Ariel Castro e i suoi fratelli hanno tenuto in cattività tre giovani donne.

Redazione Staibene

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