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Tumore prostata, sì alla radioterapia

Abbinata alla terapia ormonale, aumenta i tassi di sopravvivenza del paziente

Sopravvivere a un tumore della prostata, oggi, è un´impresa possibile. Gli ultimi dati parlano del 60% di pazienti vivi dopo 10 anni dall´intervento, una percentuale ritenuta particolarmente alta. Ora un nuovo studio apre ulteriori speranze di miglioramento, nel trattamento del cancro della prostata. Attraverso la scoperta che una terapia abbinata risulta ancora più efficace.

Terapia abbinata
In uno studio condotto su pazienti affetti da carcinoma prostatico, la seconda forma di tumore più comune nel mondo tra gli uomini, abbinare la radioterapia alla cura ormonale ha alzato al 74% il tasso di soggetti sopravvissuti alla malattia a sette anni dall´individuazione del problema. Aggiungere la radioterapia alla terapia ormonale migliora dunque notevolmente la sopravvivenza dei pazienti affetti da cancro alla prostata e, se adottata come prassi standard, la combinazione dei due trattamenti potrebbe salvare molte vite.

Il palloncino biologico
Intanto, un´altra novità sembra riuscire a ridurre la tossicità dei trattamenti. Un palloncino biologico, dal diametro di pochi centimetri, che l´organismo riassorbe spontaneamente dopo quattro mesi e viene utilizzato nella pratica clinica per proteggere gli organi sani dalla radioterapia.
L´Unità operativa di Radioterapia degli Ospedali Riuniti Marche Nord lo ha utilizzato in particolare per il tumore della prostata (che nella provincia di Pesaro e Urbino, è tra gli organi più colpiti da neoplasie).
"Ogni anno sono circa 140-150 i casi diagnosticati sul territorio – spiega Gianluca Moroni, direttore facente funzioni dell´unita´ pesarese -. Una parte di questi pazienti viene sottoposta a interventi chirurgici, l´altra a radioterapia ad intento curativo. A questi pazienti è destinato il nuovo strumento: il palloncino viene inserito tra retto e prostata consentendo alle radiazioni di colpire il tumore in modo più selettivo, senza intaccare gli organi vicini, riducendo la tossicità del 90%. In Italia la tecnica e´ utilizzata a Padova ed Asti´´, e ora anche a Pesaro. I primi impianti sono stati effettuati "alcune settimane fa su tre pazienti reclutati, che sono stati dimessi senza nessun problema", conclude Moroni.

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Antonio Napolitano
Redazione Staibene

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