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Cuocere con olio extravergine? Ecco che succede

Cuocere con olio extravergine? Ecco che succede: una volta cotto perde qualità che lo rendono unico per la salute ed allora a che serve? Te lo diciamo noi.

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L’olio extravergine d’oliva, uno dei simboli della dieta mediterranea nonché protagonista della tavola più sana che si possa immaginare, andrebbe usato con attenzione. Non certo per motivi di salute, visto che questo principe dei condimenti non ha praticamente punti deboli dal punto di vista delle proprietà nutrizionali. Ma piuttosto per motivi di portafoglio.

 

Uno spreco inutile
Proprio così: utilizzare l’olio extravergine d’oliva in cucina ai fornelli potrebbe rivelarsi una inutile perdita di soldi.

Il prezioso condimento, infatti, costa molto più dei suoi più tipici sostituti come l’olio di semi di girasole o anche l’olio d’oliva semplice, perché contiene molti più antiossidanti che fanno bene alla salute e componenti bioattive, come i composti fenolici, grazie ai quali si previene il rischio di cancro e di altre malattie.

Ebbene, una volta cotto perde queste qualità che lo rendono differente, diventando salutare quanto gli altri olii.

 

Leggi anche: Ecco la mappa degli oli d’oliva

 

Mai cuocere l’olio extravergine di oliva
Secondo una ricerca condotta dall’Università di Porto (in Portogallo) e pubblicata sulla rivista scientifica “Food Research International”, ogni tipo di cottura provoca una notevole perdita di qualità dell’olio extravergine d’oliva.

In particolare, a venire meno è la funzione protettiva per la salute dei composti fenolici.

Per questo, è la conclusione degli studiosi, una scelta economicamente più vantaggiosa può essere quella di preferire, quando si cucina, l’olio d’oliva semplice al posto della varietà extravergine, visto che nel processo di riscaldamento quest’ultimo subisce un peggioramento.

 

Leggi anche: Quali differenze tra olio extravergine e olio vergine d’oliva

 

Come riconoscere l’olio dalle etichette

La legge italiana ha imposto di recente norme più severe  finalizzate proprio a difendere  il prodotto dalle contraffazioni e difendere i consumatori. Per un paradosso tutto europeo però, le norme valgono solo in Italia ma non in Europa in quanto l’Unione Europea ha sospeso la validità delle norme italiane al di fuori dei confini nazionali in quanto sono state varate senza consultare i competenti uffici europei.

Una frizione che, secondo alcuni, rispecchia le resistenze dei Spagna, Francia e Grecia che producono anch’esse olio d’oliva ma senza  le norme rigorose italiane e di qualità  nettamente inferiore.  Poiché il consumo d’olio in Italia è di 600 mila tonnellate l’anno ma ne produciamo 350 mila e ne esportiamo 400 mila, siamo costretti ad importarne per  600 mila tonnellate. E chi in Europa si oppone alle norme italiane lo fa per difendere  quelle 600 mila tonnellate  che importiamo in Italia e  i mercati esteri per impdire che l’olio italiano  più apprezzato possa sostituire il loro meno pregiato.

Le etichette italiane sono comunque una difesa che almeno in Italia garantisce il consumatore. Ecco cosa deve contenere obbligatoriamente:

  • nome di origine: quello dello Stato membro dell’Unione Europea o dello stato extraeuropeo da cui proviene il prodotto;
  • in caso di miscela: indicazione della quantità di oli europei e non europei presenti nella miscelazione;
  • indicazione di origine: deve essere posta nella parte frontale dell’etichetta e scritta con un carattere  di almeno 1,2 mm;
  • durata: non deve superare i 18 mesi dall’imbottigliamento;
  • tappo: dev’essere realizzato in modo tale che non  si possa modificare il contenuto senza essere aperto;
  • olio extravergine;  se viene venduto sotto costo il produttore è obbligato a comunicarlo al  Comune del luogo di vendita almeno 10 giorni prima dell’immissione in commercio.

Chi infine trasgredisce queste norme, con la nuova legge italiana, rischia 9 reati del codice penale.

Tag:
Antonio Napolitano
Redazione Staibene

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